Dio non ha creato la morte ma la vita!

Fuscaldo, Domenica 01 Luglio 2018 - 08:16 di la redazione

A cura di Don Vincenzo Carnevale

13a Domenica Ordinaria, 01 luglio 2018

Dio non ha creato la morte ma la vita, che ama e vuole che ciascuno di noi l’accolga come dono e mai se ne impossessi, la ‘spenda’ al servizio degli altri e la condivida con i fratelli, custodendola con cura e difendendola con tutte le forze, perché è sacra, dal primo concepimento fino al suo naturale compimento. Dio, infatti, non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Ha creato l’uomo per l’incorruttibilità: lo ha fatto immagine della Sua natura. Per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo (Gen 3) e ‘ne fanno esperienza coloro che le appartengono’ (prima Lettura). Dio Creatore, infatti, ha creato le Sue creature, nell’intrinseca Sua bontà, per l’incorruttibilità e per l’immortalità, mentre, per invidia, il diavolo continua a seminare ‘veleno di morte’ che conduce alla morte eterna. Altra fondamentale e necessaria precisazione: Genesi 3, Sapienza 2,24 e Paolo in Rm 5,12-21 e in 1 Cor 15,35-57, si riferiscono primariamente alla ‘morte spirituale’dell’uomo, della quale, quella fisica non è altro che una conseguenza. Dunque, i testi parlano della ‘morte fisica’, come conseguenza del peccato.

I testi, infatti, non affermano che non vi sarebbe stata la morte, se i progenitori non avessero peccato. La vita dell’uomo sulla terra, infatti, è una tappa transitoria e temporanea: anche se non ci fosse stato il peccato, dunque, vi sarebbe stato ugualmente questo passaggio all’ultima tappa, quella definitiva, senza, naturalmente, tutto l’immane dolore fisico, morale e spirituale che, a causa del peccato, ora, accompagna, intristisce e rende oscura ed angosciante la nostra morte!

La morte sarebbe stata per tutti come il dolce ‘sonno’ (dormitio) e la gloriosa ‘assunzione’ (assumptio) al cielo della Vergine Maria, perché concepita, appunto, senza peccato!Le tenebre del peccato generano angoscia e ci mettono di fronte alla nostra vulnerabilità, limitatezza, fragilità e mortalità. Gesù, oggi, ci rivela, con i gesti e le parole, che Egli è venuto a guarirci dalla malattia e a liberarci dal peccato, che la genera, e dalla morte, entrata nel mondo per invidia del diavolo, al quale l’uomo si consegna, sospettando e ribellandosi a Dio.

 Così, Paolo, nella seconda Lettura, esorta i cristiani a non ripiegarsi e a non avvitarsi su se stessi e a condividere con chi è nell’indigenza, con generosità, nella fratellanza e uguaglianza, i propri beni. Il cristiano non solo deve donare, madonarsi, deve essere generoso, sull’esempio di Cristo che ha arricchito tutti noi, spogliando Se stesso: dalla Sua povertà noi siamo stati arricchiti! Allora, deve combattere ogni disuguaglianza e nell’abbondanza condividerla con chi vive o è costretto a continuare a vivere nella sua miseria della sua indigenza, a causa del nostro egoismo e della nostra indifferenza, Attenzione!

L’Apostolo dà a questa ‘colletta’, ‘opera generosa’ (v 7c) di carità, una lettura teologica ed ecclesiale che trasforma un gesto di collaborazione ‘pecuniaria’ in uno stimolo permanente a ripensare e a rifondare, in modo nuovo e proprio attraverso una vita condivisa e compartecipata, la propria relazione e il proprio legame con Cristo e con i fratelli, soprattutto, più poveri e più indigenti.Nel vangelo di Marco, oggi, notiamo subito, almeno, due interessanti particolari, nel suo ‘racconto ad incastro’: in entrambi gli episodi sono protagoniste due donne, un’ammalata da dodici anni, l’altra di dodici anni. In tutte e due, Gesù opera, guarisce e ridona la vita, attraverso un contatto fisico e senza che la folla si possa accorgere di nulla! Ho toccato solo le Sue vesti, e sono stata salvata’ (v 29). ‘Prese la mano della bambina e le disse: talità kum! E la fanciulla subito si alzò’ (vv 41-42).

Alcuni particolari da non trascurare: Gesù interviene a favore di due donne, una malata e l’altra morta; entrambe sono legate dal numero dodici: tanti gli anni di sofferenza dell’emorroissa, tanti gli anni della fanciulla morta, tante le tribù d’Israele; l’elemento comune ai due episodi è la fede in Gesù, il Quale conclude dichiarando alla donna “la tua fede ti ha salvata” (34) ed esortando il padre della fanciulla “non temere, soltanto abbi fede!” (v 36); il luogo è ancora il lago di Galilea, chiamato ‘mare’, perché così chiamavano ogni specchio d’acqua gli ebrei; testimoni: i discepoli e la molta folla, che si riunisce attorno a Gesù! La morte che ci fa tanta paura, dunque, e il male che ci assedia non li ha creati e non li produce Dio, che non gode per la rovina dei viventi (prima Lettura). Egli ci ha creati per la vita e per amore e, in Gesù Cristo, ci libera dalle tenebre del peccato e della stessa morte: ‘Va in pace e sii guarita dal tuo male’ e ‘talità-kum, fanciulla, Io ti dico: alzati!’ (Vangelo).

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